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La marea del silenzio

Capitolo 25

La prima avvisaglia non arrivò da Monteriva.

Arrivò da fuori.

Elisa lo capì quando il telefono di Ricci iniziò a vibrare senza sosta, sul tavolo della sala operativa. Non era il suono concitato delle emergenze locali, ma quello più misurato, quasi burocratico, delle comunicazioni che non ammettono repliche.

«Stanno chiamando da Genova,» disse Ricci dopo aver letto il display. «E da Milano. E dalla Corte dei Conti.»

Elisa non rispose subito. Stava osservando la lavagna su cui, fino a poche ore prima, campeggiava un unico nome cerchiato più volte. Marini.

Adesso, accanto, stavano comparendo altri segni.

Frecce.

Sigle.

Numeri di protocollo.

«È partita,» disse infine. 

Ricci annuì. «Il blocco dei fondi ha attivato controlli che non dipendono più da noi. Quando il denaro smette di circolare, chi vive di intermediazioni viene allo scoperto. Anche chi pensava di essere invisibile.»

Matteo entrò nella stanza con una cartellina sottile in mano. Non aveva l’aria di chi porta una scoperta eclatante, ma quella, più inquietante, di chi ha appena capito come funzionano davvero le cose.

«Stanno reagendo in modo disordinato,» disse. «Richieste di sblocco che si contraddicono. Avvocati diversi che chiamano per le stesse società. E due amministratori che hanno già tentato di scaricare la responsabilità su Marini.»

Elisa sollevò lo sguardo. «Troppo presto.»

«Sì,» confermò Matteo. «Segno che non sapevano di ciò che Anna ha architettato. Pensavano a un sistema verticale. Un capo, degli esecutori. Non a una sequenza che si attiva da sola.»

Ricci appoggiò le mani sul tavolo. «Questo ci dà un vantaggio. Ma ce ne toglie un altro.»

«Quale?»

«Il controllo.»

Per un istante nessuno parlò.

Elisa sapeva cosa intendeva. Quando un meccanismo supera una certa soglia, non puoi più guidarlo. Puoi solo cercare di stare davanti all’onda.

«La rete sta cercando di capire dove intervenire,» disse. «E qualcuno farà un errore. Ma non sarà detto che lo faccia qui.»

Ricci la fissò. «Dobbiamo decidere cosa proteggere per primo.»

Elisa non esitò. «Lucia.»

La stanza sembrò restringersi.

«Se capiscono che è viva,» continuò, «cercheranno di delegittimarla. Di farla sembrare inaffidabile. O di farla sparire di nuovo. Ma stavolta non per farla tacere. Per chiudere il cerchio.»

Ricci prese una decisione rapida. «La spostiamo. Oggi stesso. Fuori regione. Con una procedura che non passa dai soliti canali.»

Matteo annuì. «Conosco due nomi. Fidati. Non sono mai comparsi nei fascicoli.»

Elisa si voltò verso la lavagna.

Anna non era scritta lì.

Eppure era ovunque.

Aveva previsto esattamente questo: che la rete, privata del flusso, avrebbe reagito in modo caotico. Che ognuno avrebbe cercato di salvarsi prima degli altri. Che il sistema, progettato per proteggere chi stava al centro, si sarebbe trasformato in una trappola.

«C’è un’altra cosa,» disse Matteo, abbassando la voce. «Uno dei nodi secondari ha appena fatto una mossa.»

«Chi?» chiese Ricci.

«Una cooperativa che risultava inattiva da anni. Ha riaperto un conto. Piccolo. Ma lo ha fatto usando una causale che non si usa più.»

Elisa sentì un brivido netto.

«Quale?»

Matteo consultò il foglio. «Fondo di continuità.»

Ricci imprecò a bassa voce. «È un segnale. Significa che qualcuno sta tentando di ricostruire il flusso aggirando il blocco.»

Elisa chiuse gli occhi per un istante.

«O che qualcuno sta cercando di capire quali nodi della rete non sono ancora stati bruciati dal blocco.»

Il silenzio che seguì non era di paura. Era di consapevolezza.

Non aveva l’aspetto di un punto di svolta spettacolare.

Ed era proprio questo il problema.

Nulla, in ciò che stava accadendo, aveva la forma riconoscibile di una crisi: nessun arresto clamoroso, nessuna fuga, nessuna confessione improvvisa. Solo un sistema che, privato del suo flusso vitale, stava iniziando a irrigidirsi e a produrre attrito.

Era il momento in cui i nodi, uno dopo l’altro, smettevano di fidarsi della rete che li aveva tenuti insieme.

E quando questo accade, non c’è più un centro da colpire.

C’è solo il tempo.

E stava iniziando a lavorare contro tutti.

Giovanni Marini non dormiva più da due notti.

Non per l’ansia — non nel senso comune del termine — ma per una forma di vigilanza forzata che conosceva bene. Quella che arriva quando un sistema, per anni stabile, smette di restituire conferme.

Non c’erano sirene. Non c’erano perquisizioni. Non c’erano nomi sui giornali.

Solo ritardi.

Un pagamento che arrivava dodici ore dopo il solito. Un intermediario che chiedeva spiegazioni invece di eseguire. Un avvocato che, per la prima volta, aveva usato una formula prudente.

Marini sedeva al tavolo, le mani appoggiate su una cartellina chiusa. Non la aprì.

Non ne aveva bisogno.

Il problema non era ciò che conteneva. Il problema era ciò che non conteneva più.

Anna Riva.

Non era mai stata parte della rete. 

Ed era esattamente questo che l’aveva resa pericolosa.

Marini aveva intuito la sua intromissione mesi prima, quando Anna era ancora fuori dalla portata diretta della rete, come si intuisce un corpo estraneo senza vederlo: una discrepanza nei tempi, una richiesta che arrivava troppo informata, una domanda posta nel modo sbagliato — o troppo giusto.

Non aveva mai pensato che sarebbe arrivata fino a lì.

Fino al punto in cui il sistema iniziava a reagire senza di lui.

Il telefono vibrò. Una sola volta.

Marini guardò il numero. Non rispose.

Aspettò che smettesse. Poi si alzò e andò alla finestra.

Fuori, la città continuava a muoversi come sempre. Auto. Luci. Persone che non avevano idea di quanto fosse fragile l’equilibrio che le teneva al sicuro.

Quando tornò al tavolo, prese finalmente la cartellina.

Dentro c’era una sola pagina.

Un elenco di nodi secondari. Quelli che non contavano abbastanza da essere protetti. E che, proprio per questo, erano i primi a cedere.

Uno dei nomi era stato cerchiato a penna.

Non da lui.

Marini sorrise appena. Un gesto minimo. Freddo.

Qualcuno stava già cercando di capire chi avrebbe pagato il prezzo.

Non era un errore. Era un riflesso di sopravvivenza.

Ed era il segnale che la rete non era più un organismo. Era diventata una somma di paure individuali.

Elisa osservava lo schermo senza parlare.

«È successo?» chiese Matteo.

Lei annuì lentamente. «Sì.»

«Come fai a esserne sicura?»

Elisa indicò una riga sul report. Una variazione minima. Un passaggio di responsabilità spostato di livello.

«Questo non è un tentativo di fuga,» disse. «È un tentativo di scarico.»

Ricci si avvicinò. «Quindi qualcuno sta offrendo un pezzo della rete in cambio di tempo.»

«O di protezione,» aggiunse Elisa. «Ma non a noi.»

Matteo si irrigidì. «A chi, allora?»

Elisa non rispose subito.

Guardava la lavagna. I nomi. Le frecce.

«A chiunque sembri abbastanza lontano dal centro,» disse infine. «È così che funziona quando il controllo si incrina. Non cercano un nemico. Cercano un capro espiatorio.»