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La marea del silenzio
Capitolo 26
L’alba arrivò senza luce.
Sulla strada provinciale che tagliava le colline a nord di Monteriva, il convoglio procedeva con fari schermati e distanze misurate. Nessuna sirena. Nessuna parola alla radio, se non codici brevi e respiri trattenuti.
Ricci guidava la vettura di testa. Elisa sedeva accanto a lui, la cartellina sulle ginocchia come un peso fisico. Matteo, dietro, fissava il GPS criptato e poi gli alberi oltre il finestrino: non cercava un’ombra, cercava un segno che il mondo fosse ancora normale.
Quando arrivarono al varco nella rete, lo riconobbero subito.
Non perché fosse evidente.
Perché era stato ripristinato male.
Il taglio nella recinzione era stato richiuso con filo metallico nuovo, troppo lucido rispetto al resto. Un rattoppo fatto di fretta, come se qualcuno avesse voluto dare l’illusione di un luogo ancora intatto.
«Sono tornati,» disse Matteo.
Ricci annuì, ma non distolse lo sguardo. «E sono ripartiti.»
Entrarono.
Il sentiero battuto conduceva al basso edificio senza finestre, inghiottito dalla vegetazione. La porta metallica era chiusa. Il tastierino di sicurezza non c’era più: al suo posto, un foro nero con i fili strappati e un odore di plastica bruciata.
Elisa sentì lo stomaco stringersi. Non era paura. Era la sensazione che, per la prima volta, la rete non stesse più coprendo: stava cancellando.
Ricci fece segno alla squadra. «Silenzio. Si entra.»
La carica silenziosa lavorò in un soffio. Il metallo cedette senza un boato, ma il suono fu sufficiente a far tremare qualcosa dentro Elisa: l’idea che, dall’altra parte, potesse esserci ancora qualcuno ad aspettarli.
Il corridoio interno li accolse con un’aria fredda, asciutta, innaturale. Pareti rivestite di pannelli insonorizzanti. Pavimento con guide per carrelli. Luci di emergenza intermittenti, come un cuore che non riusciva più a mantenere il ritmo.
Non c’erano odori di muffa.
C’era disinfettante.
E sotto, una nota metallica di sangue vecchio.
Matteo aprì la prima porta.
Cella.
Letto inchiodato.
Coperte piegate.
Il problema non era l’ordine.
Il problema era il calore.
Elisa passò due dita sul bordo del materasso: era tiepido.
«Qui c’era qualcuno fino a poco fa,» disse.
La seconda stanza era uguale, ma sul pavimento c’erano segni di trascinamento. Nella terza, un bicchiere di plastica rovesciato e una medicina in blister lasciata a metà.
Matteo la raccolse. «Ansiolitico. Dose bassa.»
Ricci si irrigidì. «Non sono barboni. Non sono clandestini in transito. Qui dentro tenevano persone sedate e gestite.»
Elisa guardò le pareti.
In un angolo, graffi sottili. Lettere.
Non una frase.
Iniziali.
A. R.
Sotto, più in basso, quasi cancellato:
S. L.
Per un istante, a Elisa mancò l’aria.
Non per la scoperta.
Per la conferma di una cosa peggiore: quel posto non era un deposito.
Era un passaggio.
E se era un passaggio, allora il traffico di persone non era un’ombra del caso. Era il caso.
Un agente li chiamò dal fondo del corridoio. «Qui!»
La stanza-ufficio era stata svuotata a metà. Fascicoli strappati, cassetti aperti, una stampante ancora calda. Sul tavolo, un portatile chiuso di fretta e una busta trasparente con dentro tre schede. Non cliniche.
Logistiche.
Codici. Date. Destinazioni.
Ricci prese la prima.
L. Maltoni — trasferita.
La seconda:
A. Riva — trasferita.
La terza:
S. Leone — trasferita.
Elisa trattenne il respiro. «Trasferite dove?»
Ricci girò la busta. Sul retro, una nota a penna:
C210 → P.N.
Matteo sbiancò. «Poggio Nuovo.»
Elisa lo conosceva. Tutti in zona lo conoscevano: un complesso agricolo mai finito, capannoni e tunnel di stoccaggio costruiti per un progetto fallito e poi lasciati marcire. Grande abbastanza da nascondere macchinari. O persone.
«È la destinazione finale,» disse Ricci.
«O la penultima,» corresse Matteo, con un tono che non voleva esistere.
Elisa si impose di guardare oltre. Sul tavolo, vicino al portatile, c’era un registro piegato in quattro, quasi dimenticato.
Non conteneva nomi.
Conteneva numeri.
Colonne: data, targa, ora, “unità”.
E una sigla ripetuta.
C A R I C O.
Non era un termine tecnico.
Era una parola usata come si usa tra chi si capisce senza spiegare.
Elisa sentì la nausea salire. Si voltò verso Ricci.
«Questo è il traffico.»
Ricci serrò la mascella. «Sì.»
Matteo indicò una riga più recente, scritta con una penna diversa.
Ore 03:12.
Targa parziale.
“Carico — urgente — fuori rotta.”
«Fuori rotta?» ripeté Elisa.
Ricci la guardò. «Significa che il flusso si è spezzato. E quando il flusso si spezza, chi gestisce il carico improvvisa.»
Elisa capì, con un'intuizione netta.
Non stavano solo cancellando prove.
Stavano spostando esseri umani nel panico.
E nel panico, anche una rete perfetta commette errori.
Un suono metallico arrivò dalla zona d’ingresso.
Un colpo secco.
Poi un altro.
Matteo si voltò di scatto. «Qualcuno è tornato.»
Ricci fece un cenno breve alla squadra. Armi basse, ma pronte.
Elisa sentì il sangue pulsare nelle tempie. Se li avessero trovati lì, dentro, non sarebbe stato un confronto legale.
Sarebbe stato un recupero.
E i recuperi non lasciano testimoni.
«Nessuno si muova da solo,» sussurrò Ricci.
Si disposero a ventaglio nel corridoio, le luci rosse appena accese.
Ma il rumore non era un passo.
Era una ruota.
Un carrello.
Qualcuno stava trascinando qualcosa dietro la porta metallica.
Ricci fece segno al tecnico. «Apri. Adesso.»
Il fermo cedette.
La porta si spalancò.
E per un istante, Elisa credette di non aver capito.
Davanti a loro non c’era un uomo armato.
C’era un ragazzo.
Magro, sporco, con le mani legate davanti e una felpa troppo grande. Trascinava un carrello vuoto, come se gli avessero dato un compito da svolgere per meritarsi un’altra ora di vita.
Quando vide le uniformi, non gridò.
Non corse.
Si limitò a fare un passo indietro, come se avesse paura che anche loro fossero parte della stessa catena.
Elisa abbassò l’arma lentamente. «Ehi… sei al sicuro. Come ti chiami?»
Il ragazzo deglutì. Le labbra tremarono.
«Non… non lo so se siete…»
Matteo si avvicinò di mezzo passo. «Siamo polizia. Elisa Ferretti. Matteo Rinaldi. Ti portiamo fuori.»
Il ragazzo chiuse gli occhi un istante.
Poi disse, con un filo di voce:
«Hanno detto che stanotte dovevano far sparire tutto. Che il carico non poteva restare qui. Che… che arrivava il Castellano.»
Il nome cadde come un gancio.
Ricci non lasciò trapelare nulla, ma Elisa vide le sue dita irrigidirsi.
«Quanti siete?» chiese Ricci.
Il ragazzo scosse la testa, come se contare fosse impossibile. «Tanti. Non li vedo tutti. Li spostano… da una porta all’altra. E quando qualcuno…» si morse la lingua, «quando qualcuno non regge, lo portano via e non torna.»
Elisa sentì una rabbia fredda bruciare al centro del petto.
Ricci fece un cenno alla squadra. «Raccogliete tutto. Computer, registri, buste. E chiamate un’ambulanza. Adesso.»
Poi guardò Elisa e Matteo.
«Poggio Nuovo.»
Matteo annuì. «Se stanno improvvisando, lì commetteranno l’errore più grande.»
Elisa guardò il ragazzo, poi il corridoio vuoto.
Per anni avevano chiamato quelle persone “scomparse”.
Adesso capiva la parola vera.
E la parola vera non era “sparite”.
Era “trasferite”.
E qualcuno, stanotte, le stava trasferendo ancora.
«Andiamo,» disse.
E per la prima volta da quando era iniziato tutto, Elisa sentì che non stavano inseguendo un’ombra.
Stavano arrivando al punto in cui la rete, finalmente, avrebbe dovuto scegliere tra il denaro e la carne.